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Missione 5, Inclusione e Coesione: opportuna ma insufficiente

di Chiara Saraceno

Nell’architettura del PNRR la Missione 5 – Inclusione e Coesione – sembra avere il compito di farsi carico di tutto ciò che non solo è trascurato nelle altre missioni, ma potrebbe persino essere peggiorato dalla loro implementazione se non si fa attenzione alle conseguenze sociali, e sulle diseguaglianze sociali delle decisioni che si prendono. Ma proprio per questo appare più un insieme eterogeneo di iniziative più o meno frammentate che non un programma organico (e verificabile).  I tre sotto-ambiti in cui è articolata – politiche del lavoro; infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore; interventi speciali per la coesione territoriale – sono, non solo fortemente eterogenei, ma anche sviluppati con un diverso grado di articolazione.

Il primo punto è quello cui è dedicato più spazio in termini di identificazione degli obiettivi e delle dimensioni da coinvolgere: politiche attive del lavoro  innanzitutto tramite attività di qualificazione e riqualificazione  (il cosiddetto programma GOL, “Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori”), da rivolgere anche ai beneficiari del Reddito di Cittadinanza “occupabili”,  ma anche tramite azioni mirate ai giovani, specie se in  condizione di svantaggio, in particolare il rafforzamento dell’apprendistato duale  e del servizio civile universale. Andrà verificato in che misura le decisioni organizzative (ad esempio relativamente al personale da assumere nei centri per l’impiego, o al rapporto stato-regioni) consentiranno di realizzare un piano sulla carta molto ambizioso.   Osservo inoltre che incorporare il servizio civile nelle politiche attive del lavoro costituisce un salto concettuale e valoriale che meriterebbe una qualche riflessione. Si dà per scontato il passaggio già operato con Garanzia Giovani, a fronte della difficoltà a garantire le opportunità occupazionali promesse. Un passaggio che, prima di essere ulteriormente allargato avrebbe dovuto essere valutato non solo dal punto di vista concettuale, ma anche della sua efficacia come effettiva politica attiva del lavoro.

Sempre in questo primo punto trova spazio la progettata riforma degli ammortizzatori sociali in direzione universalistica, la cui necessità è emersa con forza in questa lunga crisi pandemica, ma che sta trovando ostacoli non piccoli tra le varie parti sociali, e il sostegno all’imprenditoria femminile.

All’ampiezza e pluridimensionalità del secondo ambito corrisponde invece una definizione molto stretta e limitata delle necessità individuate e degli interventi previsti. Così, sotto l’etichetta “infrastrutture sociali” ci si sarebbe aspettati di trovare la menzione dei servizi sociali territoriali e dell’assistenza sociale, che in Italia in molti luoghi è ancora carente, quando non del tutto assente, lasciando senza sostegno e monitoraggio molte fragilità individuali e familiari. Invece questo tema è del tutto assente. Si parla di potenziamento dei servizi sociali solo in rapporto alla non autosufficienza e limitatamente ad una possibile riforma, se non smantellamento, per altro discutibile, delle RSA (residenza sanitaria assistenziale”), mentre non vi è nulla che colleghi i progetti relativi alla domiciliarità alle pratiche effettive che oggi la consentono, ovvero le cure familiari, con o senza qualche aiuto a pagamento. Quanto al terzo settore, viene sì evocato come possibile partner nella progettazione di servizi, ma ex post, dopo che è stato fortemente delimitato il campo in cui si vuole intervenire, ed anche solo relativamente ai contesti e i soggetti caratterizzati da marginalità. Ma l’inclusione sociale non può essere concepita esclusivamente, e neppure prioritariamente, come un’azione riparativa, appunto che viene dopo il danno. E il terzo settore e l’associazionismo civico non possono essere concepiti e utilizzati come “rammendatori” sociali, da reclutare, appunto, a danni avvenuti.

Quanto agli interventi per la coesione territoriale, che in linea di principio si aggiungono a quelli già previsti nelle altre missioni, vengono elencate azioni già in essere da tempo, almeno sulla carta, senza che ci sia una valutazione critica del loro scarso successo e dei vincoli che talvolta si frappongono alla loro stessa attuazione, o già presenti in altre parti del PNRR (ad esempio il contrasto alla dispersione scolastica). Non si nota uno sguardo particolarmente innovativo su una questione di cruciale importanza per la tenuta della democrazia.

L’architettura e il contenuto di questa missione – nonostante l’opportunità e positività di molte delle azioni previste – evidenziano bene, a mio parere, l’insufficiente messa a fuoco delle infrastrutture sociali come altrettanto essenziali, per il benessere e lo sviluppo, delle infrastrutture economiche e tecnologiche e il modo limitativo con cui sono concepite. Colpisce infine, in una missione intitolata all’inclusione sociale, che non vi sia menzione delle politiche migratorie né di quelle dedicate all’integrazione/inclusione dei migranti.