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La metamorfosi necessaria delle politiche industriali

di Raffaele Brancati

Il ragionamento che si vuole proporre al margine del dibattito sul Next Generation Italia (Pnrr) non riguarda un’analisi puntuale delle singole missioni e delle loro articolazioni; si vuole piuttosto discutere di alcune linee di fondo per una trasformazione delle politiche industriali, trasformazione indispensabile per uno sviluppo di lungo termine e che viene approfondita nel volume appena pubblicato per la Donzelli Ed, “Ripresa e resilienza?”.

Le sfide e gli obiettivi dei programmi europei di rilancio, in fase di avvio, sono particolarmente ambiziosi soprattutto nel campo delle politiche per le imprese: il traguardo dichiarato, quasi temerario, consiste nel realizzare nuove produzioni, nuovi modi di produrre e nuovi equilibri economici, ambientali e sociali.

Si tratta quindi di costruire una industria, una rete estesa di attività intorno ai grandi programmi di spesa e non solo di accrescere la spesa sanitaria, di promuovere le tecnologie digitali, di realizzare grandi infrastrutture e di potenziare la produzione di energia green.

In questi campi, risorse e strategie, i due fattori fondamentali che mutano lo scenario, non sono sufficienti da soli; le politiche devono riuscire a toccare nel profondo anche il modo di agire e i ruoli degli operatori pubblici e privati, mentre la logica di erogazione finanziaria, l’unica apparentemente prevista dal Pnrr negli ambiti di nostro interesse, mostra molti limiti. Di fatto permangono e vengono rafforzati, in buona misura, gli stessi strumenti in essere ormai da un decennio, salvo qualche manutenzione e modifica nelle modalità e nelle procedure.

È sicuramente un intervento poderoso, ma non può essere sufficiente.

Neppure sarebbe sufficiente, di fronte alla complessità dei traguardi, segmentare gli aiuti per specifiche tipologie (giovani, donne, localizzazioni particolari, zone speciali, lavoratori disagiati, per fornire qualche esempio) utilizzando gli stessi meccanismi e strumenti.

È necessario sottolineare il punto essenziale relativo all’utilità dei provvedimenti erogatori – apparentemente i soli all’attenzione dei governi – e va rimarcato un aspetto fondante troppo spesso trascurato: l’aiuto finanziario può servire, ed è anche molto utile, quando la domanda delle imprese è in grado di esprimersi e le attività da realizzare sono sufficientemente chiare e definite da parte degli operatori che sono beneficiari delle politiche.

Quando è individuato il fabbisogno di competenze, quando il tipo di investimento è ben specificato, quando la necessità di sviluppare un determinato programma di ricerca è identificata con i soggetti che è necessario coinvolgere, allora il dubbio dell’impresa è legato solo alla convenienza e all’opportunità economica di realizzare, in quel momento e alle condizioni offerte, quella determinata azione.

Entro certi limiti, in tali situazioni si può sostenere che il problema si trasformi e diventi una semplice valutazione economica e finanziaria. In questo caso, l’abbassamento del costo per l’impresa può avere un ruolo effettivo e rilevante, spesso proporzionale all’intensità dell’aiuto concesso.

Viceversa, quando ci troviamo di fronte alla promozione di nuovi ambiti, alla realizzazione di interventi in campi solitamente non frequentati da quel determinato produttore, quando i fabbisogni formativi o di conoscenza non sono del tutto espliciti e ci si rivolge a un tessuto produttivo diffuso di Piccole e Medie Imprese (Pmi), a molte imprese meridionali o a quelle localizzate in aree marginali spesso meno attrezzate, allora il mero supporto finanziario non è sufficiente.

Se poi l’obiettivo è la realizzazione di filiere e industrie allo stato poco o per nulla diffuse, oppure quando ci si confronta con cambiamenti dei paradigmi tecnologici e con la necessità di avviare nuove specializzazioni, le difficoltà presenti si accentuano ulteriormente.

Per traguardi così ambiziosi e in presenza di una struttura produttiva come quella italiana è necessario costruire interventi più articolati e non è giustificabile la scelta di utilizzare misure già esistenti e non adatte, solo perché ritenute semplici da percorrere.

Vediamo – per sommi capi – qual è la struttura del piano per la politica industriale offerta dal Next Generation Italia (Pnrr) nella sua fase di avvio limitandosi alle aree che paiono più rilevanti sul piano delle risorse allocate.

A grandi linee, lo schema pare relativamente semplice e prevede il rafforzamento di alcuni strumenti esistenti in diversi ambiti di intervento:

– apporto aggiuntivo di risorse per le misure cosiddette 4.0 a vario titolo afferenti all’economia digitale (modificando lo strumento di erogazione del contributo, passando al credito di imposta e quindi rendendo conveniente l’intervento per una platea di imprese più ampia rispetto alla situazione precedente);

– finanziamento addizionale ai contratti di sviluppo come intervento negoziale a favore delle filiere e delle catene del valore;

– ampliamento degli interventi finanziari gestiti da Simest a favore dell’internazionalizzazione;

– finanziamento di centri di competenza e altre attività per il trasferimento tecnologico.

A queste azioni, rivolte all’intero sistema produttivo, si associano gli interventi dedicati a specifici ambiti come quelli legati alla produzione di energia, alla riduzione dei consumi energetici, alle start-up e alla filiera dei rifiuti.

Sempre e solo interventi erogatori.

Sul potenziamento dei servizi di raccordo tra ricerca e imprese, sull’indirizzo e la gestione della formidabile domanda pubblica prevista, sul completamento delle reti a monte e a valle da negoziare con le imprese direttamente coinvolte nei programmi, su meccanismi di regolazione orientati allo sviluppo, l’impegno è ancora troppo modesto e il lavoro da compiere grande.